La Gestalt della propria storia

La Gestalt della propria storia

” E’necessario nella vita, mantenere continuamente aggiornata la nostra carta stradale”

Filippo Rametta Direttore Scientifico e Coordinatore Didattico della Scuola di Formazione “Società Italiana Gestalt”,

 

L’idea per iniziare a scrivere il mio articolo per la Rivista,  l’ho sfacciatamente presa dall’articolo di Filippo Rametta pubblicato sul primo numero della Rivista Caleidoscopio di Gestalt Psicosociale.

Continuando da qui, aggiungo che la consapevolezza della nostra esperienza  ci permette di sapere dove siamo ora, dove sono i bivi, gli incroci, come si alterna e si modifica il paesaggio.

Rifletto su quello che ho scritto e mi accorgo di aver girato tanto a piedi, in macchina, in aereo. Alle volte, durante il viaggio segnavo sulla cartina stradale gli spostamenti fatti e la mattina dopo guardando la strada davanti a me, la vedevo assolata, tutta da percorrere. Saltavo a piedi pari sull’asfalto con un grande entusiasmo e voglia di andare avanti.

Altre volte, per distrazione, mi accadeva di non segnare i Km. percorsi e la mattina dopo mi sembrava di essere nello stesso luogo del giorno prima. Mi trovavo immersa in una nebbia tanto spessa da non vedere direzioni; così rimanevo lì, ferma, un giorno, un mese, un anno, un tempo indefinito.

Sicuramente la nebbia si diradava, accadevano fatti sulla strada, si alternavano le stagioni, ma non trovando il percorso rimanevo lì, sullo stile di “On the road”, con la mia valigia in mano, senza accorgermi del resto.

E’ stata una mattina così quella in cui mi sono trovata a Roma nel quartiere di Trastevere dove tanta gente parlava di PsicoTerapia della Gestalt.

Forzatamente mi convinsi che Gestalt fosse il nome di un medicinale che tutti raccomandavano “Prendi un Gestalt decongestionante e respirerai meglio“, o meglio  “Una sola capsula di Gestalt ti assicura un sonno tranquillo”.

Insomma io ero lì, sempre con la mia valigia pesante, molto scettica verso i medicinali e parlavo con Caterina de Vito perchè lei mi piaceva.

Mi vestivo di piume, di strass, di stracci, ma Caterina mi riconosceva senza mai stupirsi. Così è passato del tempo ed anche tornando spesso a Trastevere in  Via dei Fienaroli, sentivo di essere ancora in sosta.

 

 

Un pomeriggio Caterina mi chiese se avevo deciso di riprendere il viaggio. Parlando mi fissava come ti fissano i gatti ed io risi, pensando che lei, sentendosi gatto, credeva che anch’io potessi saltare.

Caterina, ma non vedi la come è mia valigia? E pesante ed io non riesco a sollevarla- 

Caterina con la sua aria candida e un sorriso tutta salute (vedi cure alla Gestalt Pappareale) , mi rispose “Aprila qui ora, forse la possiamo alleggerire”. Confesso che avevo molta voglia di andare, di continuare a camminare, ma quanta poca voglia avevo di trovarmi nella consapevolezza del caos. Chissà cosa sarebbe uscito fuori da quella valigia e poi tutto quello che conteneva, doveva rimanere lì, perche’ era parte di me.

Ma chi riesce a dire NO, ai gatti ?

 

Cosi,  accoccolata per terra sulla moquette turchese nuova nuova ho aperto la fatidica valigia.

Non avevo ancora terminato il gesto quando spinti verso l’alto ruotando su stessi, sono usciti tanti piccoli personaggi, un esercito vero e proprio. Si alzavano dal fondo con un movimento a spirale, ricadendo con un tonfo sordo sul pavimento, prossimi alla valigia. Non ricordavo di averli mai riposti, però c’erano tutti e tutti riconoscibili. Facce di gente conosciuta, vissuta, amata, o detestata. Erano tutti lì ed erano tutti legati a me da vecchi sentimenti e vecchie emozioni.  Prendendoli per mano, uno per uno li spolveravo, sorridevo riconoscendoli. Mentre li toccavo, per il calore del palmo delle mie mani, per il battito forte delle vene sui polsi loro, mano a mano si svegliavano muovendosi fra le mie dita. Questi fantasmi pieni di polvere si animavano ed andavano via cercavano nuovi luoghi, stanchi della permanenza nella valigia.

Sapevo di poterli incontrare ogni volta che volevo, loro erano i miei ricordi, ma finalmente non occupavano più i miei luoghi .

Caterina mi dice  – Continua a cercare, cosa ancora c’e nella tua valigia? –

C’è una bottiglia grande, proprio grande e piena di biglie di vetro. Sull’etichetta color crema è scritto “Pensieri antichi”. Avvicinandola vedo che su ogni biglia in trasparenza si legge una frase:  “Sono timida” su una biglia rosa cipria, “Non ho bisogno della gente” su una biglia verde e su una grigia leggo “Più sono rigida, più sono forte” , ed è proprio la biglia grigia quella che salta di mano per prima, quando con foga tolgo il tappo alla bottiglia e le palline di vetro schizzano ovunque nella stanza.

Senza che Caterina mi incoraggi ancora, continuo a cercare nella valigia. Scopro ancora tante cose nel fondo; fogli di carta scritti con calligrafia minuta, spicchi di luna, una macchina fotografica, un cappello a larghe tese ottimo per sedurre e ancora, un barattolo di caramelle alla menta, libri, bastoni di fantasia alla liquirizia, un bracciale thailandese contro la timidezza,un balsamo di tigre per il coraggio, la maschera di un boscimane regalatami per un compleanno.

Continuo indaffaratissima a rovistare mentre Caterina è impegnata a togliere una biglia fra le pieghe della sua gonna poi, appena è pronta a trasformarsi in gatto, mi dice  :

Hai visto Cinzia come può non essere pesante la tua valigia? Hai scoperto che contiene tante cose che avevi dimenticato di possedere. Rifletti sul vantaggio di avere un valigia così capiente quando sarai sulla strada ancora, una valigia finalmente capace di contenere comodamente nuove cose.

 

 

Articolo pubblicato sulla Rivista Semestrale di Psicoterapie e Scienze Umane.

organo della Società Italiana Gestalt Psicosociale “Caledoiscopio”  n 2  agosto 1990 .sezione Scuola, quando frequentavo la Scuola di formazione di psicoterapia della Gestalt  S.I.G